Sugli spalti tutti urlano, ridono e si arrabbiano. Pensano di essere
loro i protagonisti del gioco, ma si sbagliano. Ma poco più avanti ci
sono le Cheerleader, si agitano nelle loro tenute da universitarie degli
anni '60 e si sentono loro le protagoniste, ma non è così. Poco più in
là si stanno scaldando le riserve, non sono certi di essere i
protagonisti, sperano di diventarlo, ma di sicuro non lo sono. Gli
allenatori sono molto compìti nel loro ruolo di maestri e in cuor loro
si sentono protagonisti, ma sono fuori strada. Entrano ora in campo i
giocatori, pensano di essere i protagonisti perché in fondo tutta quella
gente è lì per loro, ma non è così, tutta quella gente è lì per se
stessa e i giocatori servono solo a farle passare il tempo, perciò
nemmeno i giocatori sono i protagonisti. Chi è dunque il protagonista di
questo baraccone in cui tutti si prodigano nel disperato tentativo di
non sentirsi sfigati, cioè di sentirsi dentro una categoria da prendersi
sul serio? Chi decide il gioco? Di chi è il pallone?
Tralasciando
il lato macabro della faccenda, credo che questo baraccone sia come un
funerale: il protagonista è quello che non esiste.
Il paese passato e influenze future
Normalità significa
soprattutto stabilità familiare e difesa dell’ordine in cui occupare un
ruolo deterministico di peso economico. È difficile accettare che dopo
il progresso, questo paese sia <<normale>>, al determinismo
all’istinto primordiale d’espansione. Il passato
<<normalizzazione>>, verso il classismo fino promuovere una
sterilizzazione culturale per le vite inferiori. Da persone orbitanti
intorno ai centri morali. Tutto ruota intorno
al potere, segnato da una partecipazione collettiva. L’”umiltà” del
male, efficace e seducente. Fatta da dirigenti, imprenditori, accattoni e
da un sottobosco di funzionari. Qui il protocollo di Kyoto per il
riscaldamento globale basta un led o una lampada alogena. Salvo gli
stessi fare cementificazione, consumo d’energia, filiera lunga e
sprechi: impronta ecologica altissima. Come certe associazioni
culturali, molto vicine alla macchina amministrativa, che servono a
camuffare e a restituire un’immagine della realtà distorta. Una sorta di
specchi deformanti.
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