domenica 27 ottobre 2013

Il suicidio dei partiti politici

Mai dai tempi di tangentopoli i partiti e la classe politica italiana avevano raggiunto livelli di impopolarità e di disprezzo come oggi. Parlamentari, consiglieri regionali e provinciali, segretari di partito non si rendono conto della rabbia montante ad ogni livello tra la popolazione, già stravolta dalla crisi economica ed ora vessata dalle misure draconiane di risanamento, in molti casi sull'orlo della disperazione.
Di fronte al Paese che fronteggia stipendi e pensioni impoverite dalle necessità di tenere sotto controllo i conti pubblici, costretto a tagliare ogni giorno sulla spesa quotidiana e a misurare gli euro al banco degli alimentari, il velo squarciato sull'immonda gestione delle risorse pubbliche e dei rimborsi elettorali da parte dei maggiorenti dei partiti ha un effetto drammatico ed esasperante.
Oggi c'è il rischio concreto, come vent'anni fa, che un'intera classe politica venga spazzata via, e il primo avventuriero che si fa avanti - come fu nel 1994 con Silvio Berlusconi - travolga e sovrasti i partiti schiacciati sotto le loro macerie. E non è detto (anzi con l'antipolitica è escluso) che sia in meglio, come il populismo irresponsabile dell'ultimo ventennio dimostra.
Eppure mentre parlamentari, consiglieri e assessori regionali, tesorieri e dirigenze di partito stanno sprofondando nella melma e nel guano in cui lungamente e tragicamente hanno sguazzato, da folli non si rendono conto di quanto sta succedendo e del bisogno assoluto di scelte e gesti simbolici, forti concreti e immediati, per invertire la rotta, e cercare di evitare l'inabissamento dell'intero sistema politico italiano.
Così, come i morituri sul titanic, si trastullano divertiti fingendo finte riforme sui tagli. Così, come i morituri sul titanic, si trastullano divertiti fingendo finte riforme sui tagli ai costi della politica, delle indennità, delle assegnazioni di fondi ai gruppi consiliari, del numero di parlamentari e, soprattutto, sugli scandalosi rimborsi elettorali.
Dal 1994 ad oggi, da quando il finanziamento pubblico ai partiti si è trasformato in rimborso elettorale violando la volontà degli italiani espressa (90,30% di sì) nel referendum del 1993, i gruppi politici hanno incassato due miliardi e mezzo di euro pagati dai contribuenti, a fronte di spese per soli 579 milioni. Quello che oggi lo Stato a fatica raccoglie con rincari impossibili sulla benzina, aumentando l'iva e tassando le pensioni e la casa, è stato elargito allegramente in questi 18 anni ai partiti, ed è sparito in un pozzo senza fondo, e nessuno sa dove e come. Per oltre due miliardi di quegli euro erogati non ci sono giustificazioni di spesa: sono solo soldi che il ceto politico si è incamerato e spartito mentre il Paese andava incontro alla bancarotta. Questi sono i dati forniti dalla Corte dei conti.
Di fronte a tutto ciò, tra lo scandalo generale per le vergognose nefandezze che quotidianamente escono dalle inchieste giudiziarie sulla Margherita e sulla Lega Nord, i partiti non sono stati capaci di dare un segnale forte, di porre un freno alla follia dei rimborsi per spese mai sostenute, di presentare una riforma che potesse imprimere un taglio netto all'andazzo colpevole di questi vent'anni. Nulla. Solo un rallentamento nell'assegnazione dei soldi, sperando che nel frattempo le acque si plachino. E poi l'inserimento di qualche controllo e certificazione, quasi che così potesse diventare digeribile l'orribile monstrum, giuridico e politico, del rimborso senza aver sostenuto la spesa, brodo colturale automatico di corruzione, sperpero e frode allo Stato.
Se i partiti non avranno un sussulto di istinto di sopravvivenza, prima ancora che di decenza morale e politica, per approvare in fretta una riforma radicale sul finanziamento alla politica, che cancelli l'insulto agli italiani di veder rimborsato 4 euro a voto, con un mercimonio simoniaco della democrazia, allora il vento dell'antipolitica non avrà più contenimento e drammaticamente spazzerà via tutto.
Il caso italiano non ha eguali in Europa. Solo da noi esiste questa vergogna. Nel 2010 i partiti italiani hanno ricevuto sotto forma di contributi pubblici 285 milioni di euro contro i 133 milioni che spettano ai tedeschi (limite massimo stabilito per legge) e gli 80 milioni per i francesi. In Germania addirittura il finanziamento pubblico non può essere più del 50% del totale, il resto deve venire da finanziamenti privati, tesseramento e donazioni.
Se non ci sarà al più presto un'azione vigorosa che riporti in vigore l'articolo 49 della Costituzione italiana, che impone democrazia e trasparenza nella vita dei partiti, quel poco che resta della credibilità della classe politica italiana verrà travolto e cancellato definitivamente. E non sarà certo un bene per l'Italia. Ma i partiti e il ceto politico non potranno che piangere su se stessi.
 p.giovanetti@ladige.it

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